Via Appia ieri

Età Medioevale

Castrum Caetani

 

    I Caetani e la privatizzazione della via Appia

 Fin dall’XI secolo la tomba di Cecilia Metella fu utilizzata a fini militari e determinò il toponimo Capo di Bove in virtù dei bucrani della sua decorazione (Tomassetti). L’importanza del luogo era data dalla sua vicinanza a Roma, essendo abbandonata l’Appia come via di comunicazione a causa dei pesanti pedaggi imposti dai Conti di Tuscolo padroni della zona fin da allora.

I Caetani acquisirono lentamente tutta la zona nel 1302 ma già nel 1303 compare in uso la chiesa di S. Nicola. L’episodio rientrava in un piano generale di concentrazione  nelle proprie mani dei territori della Campagna e dalla Marittima intrapreso da Pietro Caetani che si era impadronito nel 1301 anche della Torre delle Milizie.

L’intento era quello di un dominio continuo dalla città a tutto il Lazio meridionale che si può definire “privatizzazione della via Appia” testimoniato anche dalla posizione degli edifici nel complesso di Capo di Bove, col palazzo da una parte, la chiesa di S.Nicola dall’altra e le mura che, come attestato da alcuni disegni, sbarravano il transito collegando forse con un cortile palazzo e cappella.

    Il Palazzo

Ampia costruzione su due piani di cinque ambienti oggi facilmente ricostruibili, nonostante la caduta dei solai, pur rimanendo le difficoltà di leggere la sequenza degli interventi che lo investirono quando passò in mano agli Orsini nel XV-XVI secolo. Munoz ai primi decenni del Novecento lo restaurò integrando le bifore ai piani alti.

Esternamente è un blocco compatto interrotto da un torrione quadrangolare verso la valletta, mentre verso la tomba di Cecilia Metella è meno regolare perché manca la muratura e si adegua all’andamento del sepolcro (viene così ricavato un vano forse di servizio con canalizzazioni) che viene sormontato da una merlatura.

Il palazzo-fortezza accoglie però anche un ampio balcone con archetti acuti di tufo e marmo verso la valletta e il prossimo circo di Massenzio. Tale struttura ha strettissime analogie con il palazzo degli stessi Caetani a Ninfa.

    La Chiesa di S.Nicola

Di fronte viene costruita la chiesa mononave di S.Nicola, con facciata liscia a terminazione rettilinea, parzialmente a vento, sormontata da un campanile a vela ma con diversa muratura e molto restaurata. L’unica interruzione è un vasto portale decorato con cornice marmorea su mensole di spoglio e un oculo, con profilo interno in arenaria grigia. Due contrafforti alle estremità danno l’avvio alla scansione dei volumi dei fianchi che si susseguono con ritmo serrato alternati a monofore archiacute disegnate da una cornice marmorea bianca a profilo trilobo. L’abside è molto sporgente all’esterno ma poco all’interno dove è sottolineata da una sottile cornice in arenaria... Le pareti hanno l’alternanza di finestre e archi traversi poggianti su mensole scolpite.

L’antico pavimento era a circa 35/40 cm sopra l’attuale piano di calpestio.

Il rapporto lunghezza/larghezza (1:2,4), la scarsa altezza dell’alzato documentata anche dalle tracce del tetto nella controfacciata, l’abside poco profonda danno il senso di una spazialità molto dilatata. Tale sensazione veniva accresciuta dalla luce entrante dalle finestre e poi guidata dagli archi trasversali che creava un’ulteriore dilatazione illusiva. Si accentuava il valore di “sala” che contraddistingue un’importante linea di ricerca architettonica in Italia all’inizio del Trecento.

La novità della cappella dei Caetani è dunque ravvisata nell’inedita valorizzazione della parete insieme alla preziosità dei dettagli (capitelli con foglie che acquistano proprio in virtù della strutturazione della luce.

Infatti nelle chiese degli ordini mendicanti valore strutturale). Sembra quindi che non sia né da inserire nel gruppo della chiese a  navata unica con archi trasversi (cfr. Gubbio: Duomo, S.Agostino, S.Pietro), né in quelle dell’edilizia minore degli ordini mendicanti, proprio in virtù della strutturazione della luce.

Nelle chiese degli ordini mendicanti, infatti, punto di attrazione era l’abside aperta con ampie finestre con chiara allusione alla lux vera, cioè a Dio e con riduzione delle aperture laterali per aumentare l’effetto scenografico. Si determinava così un senso di allungamento longitudinale e lo spazio terminale, spazio del rito sacro, veniva segnalato, in senso anagogico, come uno spazio non più terreno.

Al contrario in S.Nicola si accentua il valore della sala come spazio privato per pochi.

Il tipo architettonico era già presente a Roma (ambienti di servizio di Fossanova, chiesa dei Ss. Quirico e Giulitta, S.Urbano ai Pantani) ma qui appare una raffinatezza nuova dei dettagli e una minore altezza dell’edificio che lo rendono diverso dalle altre, riconducibili alle chiese “granaio” (Gross).

La cultura romana del periodo era, come sempre, del resto, molto variegata: tradizione romana, influssi cistercensi, personalità come Arnolfo, influssi francesi determinati anche da Carlo d’Angiò e dal succedersi di tre papi francesi nella seconda metà del Duecento.

S.Nicola sarebbe riconducibile alla cultura francese se, come si potrebbe ipotizzare in base alle testimonianze di Tommaso da Celano (1692) e di Melchiorri (1834) autore ne fu Masuccio II architetto napoletano operante al servizio degli angioini in S. Lorenzo e in S. Chiara chiese con le quali ci sarebbero analogie sia per le finestre allungate (S. Chiara e S. Lorenzo) sia per la copertura a travature lignee su costoloni e arconi traversi (S. Lorenzo), sia per l’effetto di luce diffusa. Dunque il modello sarebbero le cappelle palatine francesi dove però esistevano due livelli per differenziare lo spazio dedicato al pubblico da quello riservato al culto privato (cappella di Lagopesole).

A Capo di Bove tali funzioni sarebbero state svolte da due diversi edifici: la cappella di S. Nicola per l’aspetto privato e quella di S. Biagio, un tempo esistente, per il pubblico.

Anche la dedicazione a S. Nicola sembra confermarlo. Non solo è ricorrente nel caso di cappelle private (Laterano, palazzo Ducale a Venezia) ma è fissa nel caso della parte privata delle chiese a due ambienti. Forse ciò è spiegabile per analogia con la cappella del palazzo reale di Parigi, ma ancor di più, con la cappella dedicata al santo da Giustiniano a Costantinopoli...

La scultura architettonica è molto raffinata. Le forme lanceolate delle foglie dei capitelli sono molto simili a quelle della scultura cistercense. Ragioni storiche possono spiegare la penetrazione del gotico rayonnant in Italia: le abbazie reali di Maubisson e Royaumont furono volute da Bianca di Castiglia, madre di S. Luigi, fratello di Carlo d’Angiò. Dunque è provato il contatto diretto tra la corte parigina e quella napoletana che segnò anche l’arte di Arnolfo.

 

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