Via Appia ieri
Mausoleo di Cecilia Metella
Il
ricco e imponente sepolcro di Cecilia Metella, figlia di Q. Metello Cretico
e moglie di Crasso, venne costruito tra il 20 e il 30 a.C. al III miglio
della via Appia, su ispirazione del più grande mausoleo di Augusto.
L’aspetto attuale risale in massima parte al 1303, quando la
tomba venne inglobata nel
castrum Caetani di cui divenne il baluardo
fortificato. Ma già a partire dal II secolo, quando la zona divenne
proprietà di Erodo Attico, ricchissimo retore ateniese, nelle vicinanze
erano sorti altri monumenti funebri cui si aggiunse nel IV secolo
l’imponente complesso dell’imperatore Massenzio comprendente il palazzo, il
circo e il monumento funebre per suo figlio Romolo.
Passato all’amministrazione ecclesiastica, il sito divenne una domusculta (tenuta coltivata ad orti e vigne) fintanto che le condizioni di sicurezza lo permisero. Infatti nel XIV secolo la famiglia di Bonifacio VIII Caetani, data la posizione strategica del sito, vi costruì intorno un villaggio fortificato con mura, chiesa e palazzo signorile.
La natura militare del monumento rimase intatta fino al 1560 quando, cominciate le spoliazioni col cardinale Ippolito d’Este, iniziò la graduale trasformazione del complesso in una tenuta agricola.
Nel 1850-53 si intrapresero i primi interventi di recupero della via Appia, ma solo nel 1909-13, con Antonio Muñoz, si ebbero consistenti lavori di scavo, restauro e sistemazione del complesso e la creazione di “mostre” di materiali romani sulle pareti medievali che oggi sono state restituite alla loro integrità.
Nella
celebrazione di una figura di nessun rilievo politico come quella di Cecilia
Metella, sposa di Crasso, si concentrano le aspirazioni di due illustri
famiglie della vecchia classe dirigente, ormai escluse dal potere, che
tentavano di riaffermare il proprio ruolo esibendo ricchezza e lusso
ricercato.
L’imponente sepolcro è costituito da un basamento di
conglomerato cementizio a pianta quadrata avente 28 metri per lato, su cui
si imposta un corpo cilindrico alto circa 11 metri, per un totale di circa
20 metri, altezza possibile solo grazie a sofisticati e costosi mezzi
meccanici per il sollevamento e posa in opera dei blocchi di travertino
finiti a bugnato liscio. L’elegante rivestimento è impreziosito dal celebre
fregio che richiama i sacrifici rituali essendo composto di bucrani (crani
di bue), ghirlande di fiori e bende cui sono sospese delle patere
(recipienti per offerte). In corrispondenza dell’iscrizione dedicatoria,
sono inserite due lastre con trofei di armi e una figura di barbaro
prigioniero. In alto e in basso la torre era delimitata da un’elegante
cornice modanata. A destra dell’iscrizione si apre una porticina che immette
in una scala che sale fino alla sommità dell’edificio, forse risalente al
XIV sec., quando il monumento doveva apparire peczutum, ossia
terminante con una copertura conica.
Attualmente il tamburo è coronato da un’opera saracinesca (a blocchetti di peperino) alta circa 6,50 metri con merlatura ghibellina (a coda di rondine) del Trecento che proteggeva i camminamenti di ronda. Della stessa epoca le feritorie e le caditoie (condotti interni per lanciare proiettili o olio bollente) e gli anelli di marmo cui erano ancorate le ringhiere dei camminamenti.
All’interno, la cella è a pianta circolare e si sviluppa in forma conica terminando in un oculo per l’illuminazione e l’areazione. L’interno del cono è rivestito di ottima cortina laterizia, una delle prime attestate a Roma, che garantiva dalle infiltrazioni di acqua, come pure il piano di base in cocciopesto (calce, sabbia o pozzolana e frantumi di laterizio).
Nulla si sa dell’urna funeraria che certamente non è identificabile col sarcofago detto di Cecilia Metella, oggi a Palazzo Farnese, databile al II secolo d.C.
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